Salta al contenuto
Groov-illa › Deep Cuts › Mod Story › Capitolo 2
SERIE MOD · CAPITOLO II
1962 – 1964

Il disco che
attraversò l'Atlantico

James Brown, il Flamingo Club e la rivoluzione del long-playing

LONGFORM · SOUL · CULTURA MOD · 14 MIN DI LETTURA

24 ottobre 1962. Harlem, 253 West 125th Street. James Brown ha pagato di tasca propria la registrazione del concerto. Sei mesi dopo, in un seminterrato di Wardour Street a Londra, lo stesso disco trasforma cosa significa essere Mod.

C'è un momento preciso in cui la cultura Mod londinese smette di essere una cosa e ne diventa un'altra. Non un giorno calendarizzato — ma un processo che si compie nella primavera del 1963, in un seminterrato di Wardour Street, alle tre di una notte di marzo o aprile, quando un DJ del Flamingo Club mette sul piatto un disco arrivato da pochi giorni come import dagli Stati Uniti.

Il disco è Live at the Apollo di James Brown.

Quello che succede nelle ore successive non è documentato in nessun archivio. Ma la conseguenza è documentata bene: nel giro di sei mesi i Mod londinesi smettono di considerare il singolo come unità di riferimento musicale e cominciano a considerare il long-playing live come la forma più alta della musica nera americana. È una rivoluzione di percezione, non di prodotto. Cambia cosa stai cercando quando entri da Dobell's il sabato pomeriggio. Cambia cosa stai ascoltando quando arrivi al Flamingo all'una di notte. Cambia cosa significa essere serio.


L'Apollo nell'ottobre del 1962

L'Apollo Theatre di Harlem è una stanza difficile. 253 West 125th Street, Manhattan. Costruito nel 1914 come teatro di vaudeville, riconvertito nel 1934 in luogo di spettacolo per il pubblico nero della città. Negli anni Cinquanta è il riferimento mondiale del rhythm and blues. Il pubblico dell'Apollo nel 1962 ha sentito tutto. Ha visto Ella Fitzgerald esibirsi al concorso amatoriale del giovedì sera. Ha visto Sam Cooke nelle sue prime apparizioni. Ha visto i Drifters, i Coasters, i Temptations. Non è un pubblico che si lascia impressionare facilmente.

James Brown ha ventinove anni quell'ottobre. È già famoso nella comunità nera americana per i singoli King Records degli anni precedenti — Try Me, Think, Night Train. Ma non ha ancora avuto un crossover bianco serio. La King Records lo considera un artista da singoli, non da album. Brown vuole pubblicare un live. King dice no. Brown si paga la registrazione di tasca propria. Cinquemilacento dollari del 1962, circa cinquantamila di oggi.

Il 24 ottobre 1962 i tecnici della King piazzano i microfoni nell'Apollo per due spettacoli consecutivi. Brown sale sul palco con i Famous Flames e una sezione fiati di dieci elementi alle dieci di sera. Il primo show dura cinquanta minuti. Il secondo, registrato dalle 23:30 in poi, è quello che andrà sul disco.

James Brown — Live at the Apollo
King 826, 1963. US mono.

Brown apre con I'll Go Crazy. Scelta tattica: inizia bassa, lascia spazio per costruire. Quando arriva a Try Me, la sala è già al massimo. Quando arriva a Think, il pubblico canta ogni parola. Brown non è un cantante nel senso convenzionale — usa il suono come percussione, tratta le sillabe come colpi di rullante. Canta con l'urgenza fisica di chi sa di avere trenta secondi per convincerti prima che ti giri dall'altra parte.

L'Apollo audience non si gira dall'altra parte. Lo segue per trentun minuti senza interruzioni.

▶ PRESSING DA CONOSCERE

L'edizione di riferimento è il pressing King Records 826 mono, USA, 1963, etichetta crown beige, logo King. Le versioni stereo successive sono ricostruzioni — il disco fu registrato e missato in mono. VG+ a partire da 60-80 dollari. NM sopra i 200. Il pressing UK del 1964 su Polydor 66007 è l'alternativa europea solida e più accessibile: VG+ tra le 30 e le 50 sterline.


L'arrivo a Londra

Live at the Apollo esce nel maggio 1963 sulla King Records. La distribuzione americana è limitata — non c'è promozione radio, non ci sono recensioni mainstream. Diventa uno dei dischi più venduti dell'anno solo attraverso il passaparola della comunità nera americana, poi nei mesi successivi del pubblico bianco che comincia a notarlo.

A Londra arriva attraverso i canali abituali del 1963: importatori indipendenti che vendono a Dobell's, soldati americani in libera uscita dalle basi in East Anglia, DJ con contatti negli Stati Uniti. La prima copia documentata al Flamingo arriva probabilmente in marzo o aprile 1963. Non ci sono playlist scritte di quegli anni — la memoria si sfoca a sessant'anni di distanza. Ma è documentato che entro l'estate 1963 Live at the Apollo è il disco di riferimento di Georgie Fame, e attraverso Fame diventa il disco di riferimento di tutta la scena Mod londinese.

Cosa fa che gli altri dischi soul americani non fanno? La differenza non è la musica — Brown era già conosciuto attraverso i singoli King degli anni precedenti. La differenza è la forma. Live at the Apollo è registrato in continuità: un brano sfuma nell'altro, il pubblico è sempre udibile, l'energia di un pezzo si trasferisce al successivo. È un'esperienza temporale di trentun minuti — non una collezione di tracce.

Per i Mod londinesi del 1963, abituati all'ascolto frammentato del singolo da 45 giri, Live at the Apollo è una rivelazione strutturale. Il disco non è la canzone. Il disco è la sera. E la sera può essere documentata.


Georgie Fame trasforma quello che ascolta

Clive Powell, in arte Georgie Fame, ha vent'anni nel 1963. Pianista di Leigh, Lancashire, figlio di un minatore. Tastierista residente al Flamingo da due anni. Quando Live at the Apollo arriva nelle sue mani, lo studia. Non lo copia — lo studia. La distinzione è importante.

Quello che Fame cerca di assorbire non è la voce di Brown — sa di non poterla replicare. Quello che cerca di assorbire è l'uso del corpo nella performance. Brown non si esibisce per il pubblico, comunica con lui attraverso il movimento fisico, usa il corpo come estensione del suono. È una cosa che un pianista bianco di Lancashire cresciuto sui dischi non ha mai visto, e che non può vedere nemmeno adesso — può solo sentirla su questo LP di trentun minuti registrato in un teatro di Harlem.

I Blue Flames cominciano a riprodurre questa qualità nei set al Flamingo. Non con l'imitazione fisica — non saltano dal palco, non cadono in ginocchio, non strappano le giacche. Con la continuità: costruiscono i set come unità temporali. Un brano sfuma nell'altro. L'energia accumulata si trasferisce. Il pubblico smette di applaudire tra le canzoni perché non ci sono più momenti chiari in cui finisce un pezzo e ne comincia un altro.

«Questo è il momento in cui il Flamingo all-nighter diventa quello che è nella memoria Mod: un'esperienza di sei ore continue, dalle undici e mezza alle sei del mattino, in cui la musica non si interrompe mai.»

Groov-illa — Serie Mod, Capitolo II
Georgie Fame — Rhythm and Blues at the Flamingo
Columbia 33SX 1599, UK 1964. Mono originale.

La Columbia manda i tecnici al Flamingo per due notti nel gennaio 1964. Microfoni piazzati, nastro in rotazione. Rhythm and Blues at the Flamingo esce sei mesi dopo Live at the Apollo e segue esplicitamente il suo modello: continuità tra pezzi, pubblico sempre presente, energia trasferita. È la versione britannica dell'esperienza Apollo. I due dischi appartengono insieme.

▶ PRESSING DA CONOSCERE

Il pressing di riferimento è il Columbia 33SX 1599 mono, UK, 1964. VG+ tra le 40 e le 70 sterline. Non esistono ristampe di qualità: cercate l'originale. È meno costoso di Live at the Apollo e altrettanto importante per capire questo capitolo della storia.


Cosa cambia per il Mod nel 1963

C'è un cambiamento più profondo che Live at the Apollo introduce nella cultura Mod, e che vale la pena nominare esplicitamente perché è il vero punto del capitolo.

Fino al 1963 essere Mod significa essere collezionisti di singoli. La pratica culturale del Mod serio è procurarsi su import il singolo Stax appena uscito, il singolo Atlantic della settimana scorsa, il singolo Tamla che non è ancora arrivato in classifica britannica. La conoscenza musicale si misura in singoli posseduti.

Dopo Live at the Apollo la pratica culturale comincia a cambiare. Il singolo rimane importante, ma non è più sufficiente. Bisogna avere anche il long-playing. Bisogna avere anche l'album live. Bisogna avere documentazione di quello che è successo in una sera specifica all'Apollo, al Flamingo, all'Olympia di Parigi nel caso di Otis Redding nel 1967. La cultura Mod si arricchisce di un nuovo livello: il disco come testimonianza temporale.

Questa trasformazione ha conseguenze che si vedranno per anni. Quando Otis Redding pubblica Otis Blue nel 1965, il mercato Mod britannico è pronto per ascoltarlo come va ascoltato. Quando i Who pubblicano Live at Leeds nel 1970, l'idea che un disco live possa essere un'opera d'arte autonoma è un'idea costruita anni prima. In seminterrati di Soho. Su un disco che James Brown si era pagato di tasca propria.

La lezione del 1962-63: la cultura non si trasforma per decisione di chi pubblica. Si trasforma quando un piccolo gruppo di persone in una stanza precisa ascolta attentamente la cosa giusta nel momento giusto. Live at the Apollo è la cosa giusta. Il Flamingo è la stanza precisa. La primavera del 1963 è il momento giusto.

I dischi di questo capitolo

GUIDA ALL'ACQUISTO · PRESSING CONSIGLIATI · LINK AFFILIATI

KING RECORDS · 1963
James Brown — Live at the Apollo
King 826 (mono US) / Polydor 66007 (UK 1964)
Originale US mono crown beige: $60–80 VG+, $200+ NM. Alternativa UK: Polydor 66007, £30–50 VG+. Evitare versioni stereo — ricostruzioni.
COLUMBIA UK · 1964
Georgie Fame — R&B at the Flamingo
Columbia 33SX 1599 (mono UK)
Solo originale UK mono (etichetta blu/nera): £40–70 VG+. Nessuna ristampa di qualità. Il disco si trova ancora a prezzi ragionevoli — vale la pena cercarlo.

La lezione del 1962-63 è che la cultura non si trasforma per decisione di chi pubblica. Si trasforma quando un piccolo gruppo di persone in una stanza precisa ascolta attentamente la cosa giusta nel momento giusto. Live at the Apollo è la cosa giusta. Il Flamingo è la stanza precisa. La primavera del 1963 è il momento giusto. E i Mod londinesi sono il piccolo gruppo che ascolta.

Il prossimo capitolo esplora quello che succede quando i Mod londinesi smettono di guardare verso l'America e cominciano a guardare verso se stessi — quando cinque ragazzi di Shepherd's Bush prendono l'R&B americano, ci aggiungono volume Marshall e furia di classe operaia, e producono qualcosa che non esisteva prima.

→ Capitolo 1: La scena prima della scena

→ CAPITOLO III: LE BAND INGLESI RUBANO IL FUOCO (1963–1965) — THE WHO, THE SMALL FACES, THE KINKS
Potrebbe interessarti
Sergio Sueri
Scritto da
Sergio Sueri
Critica e Direzione
Chi sono →

Il magazine
nella tua casella.

Recensioni, pressing guide e storie. Una volta al mese.

Nessuno spam. Disiscrizione in un click.