Per capire perché i musicisti neri fondarono le proprie etichette, bisogna leggere perché furono costretti a farlo. Il libro di A. B. Spellman, uscito nel 1966 e ristampato dalla University of Michigan Press come Four Jazz Lives (in Italia lo ha pubblicato minimum fax), è il documento che lo spiega meglio di qualsiasi altro.
Spellman — poeta, critico, tra i fondatori del Black Arts Movement — costruisce il libro su quattro lunghi ritratti: Cecil Taylor, Ornette Coleman, Herbie Nichols, Jackie McLean. Non sono biografie celebrative ma case study, fatti in gran parte di interviste, in cui i musicisti raccontano da sé le condizioni precarie e umilianti di quello che Spellman chiama "il business del bebop": i compensi miseri, lo sfruttamento dei locali, l'indifferenza dell'industria verso la musica nera più ambiziosa.
È il prequel della storia delle etichette indipendenti. Le condizioni che Spellman documenta sono esattamente quelle a cui Strata-East, Tribe e Black Jazz risposero un decennio dopo, con un'idea semplice e rivoluzionaria: che i musicisti possedessero la propria musica. Senza il quadro che dipinge Spellman, la nascita di quelle etichette sembra una scelta estetica; con quel quadro, si capisce che era una necessità di sopravvivenza.
Il ritratto di Herbie Nichols — compositore di enorme talento ignorato dall'industria, costretto a fare il sideman nei gruppi più conservatori, morto a quarantaquattro anni — è tra le pagine più dure mai scritte sul costo umano di quella musica.
Spellman non scrisse della gloria del jazz ma del suo prezzo. È per questo che il suo libro, sessant'anni dopo, conta ancora.