Prefab Sprout: il recluso più sottovalutato del pop
Paddy McAloon ha scritto alcune delle canzoni più belle del pop inglese, poi è sparito. Storia dei Prefab Sprout, della sua scrittura e dei suoi dischi fantasma.
Da qualche parte nella campagna della contea di Durham, un uomo con una lunga barba bianca lavora a canzoni che forse nessuno ascolterà. Ha sessant'anni passati, l'udito devastato da una malattia e dagli acufeni, e per comporre usa un vecchio computer Atari programmato per imitare il suono di una chitarra: gli strumenti veri, amplificati, gli fanno male. Si chiama Paddy McAloon, e per una certa generazione di chi scrive canzoni è semplicemente il migliore. Quasi nessun altro lo sa.
È il paradosso dei Prefab Sprout, la band che McAloon guida dai primi anni Ottanta: venerati dalla critica e dai colleghi, ignorati dal grande pubblico. Avevano tutto per diventare enormi — melodie alla Bacharach, testi da romanziere, un produttore che ne capì subito il talento — e invece sono rimasti un segreto. In parte per sfortuna, in parte per indole: McAloon è uno che, dovendo scegliere tra il palco e il silenzio, ha scelto quasi sempre il silenzio.
Il ragazzo del distributore
Paddy McAloon nasce nel 1957 a Witton Gilbert, contea di Durham, dove la famiglia gestisce una stazione di servizio. Educazione cattolica e, per un periodo, perfino l'idea del sacerdozio — e si sente, in quei testi affollati di grazia, colpa e redenzione. Mette su i Prefab Sprout con il fratello Martin al basso, Wendy Smith ai cori e Neil Conti alla batteria. Il debutto, Swoon (1984, Kitchenware), è un disco verboso e spigoloso, fitto di parole e di accordi obliqui: non un disco pop ortodosso, ma il biglietto da visita di un autore che pensa in grande e non ha alcuna intenzione di semplificarsi.
Steve McQueen, e un produttore di nome Dolby
La svolta arriva quasi per caso. A una trasmissione radiofonica della BBC, Thomas Dolby elogia «Don't Sing», un brano di Swoon; la band lo chiama a produrre il secondo album. Dolby sale fino al ritiro di McAloon nel Durham e si fa suonare un mucchio di demo — Paddy alla chitarra spagnola della madre — scegliendo i pezzi che gli piacciono e annotandoli, dice la leggenda, sul retro di un pacchetto di sigarette. Il risultato, Steve McQueen (1985), è il loro vertice: canzoni d'amore disilluse, levigate dalla produzione di Dolby fino a brillare senza mai diventare fredde. È qui che il talento di McAloon trova la sua cornice perfetta. Negli Stati Uniti il disco dovette uscire col titolo Two Wheels Good, per timore di azioni legali dagli eredi dell'attore.
Perché i suoi testi sono così belli
Per capire perché la scrittura di McAloon spicca, conviene guardare a chi prendeva come modello. Non i suoi contemporanei rock, ma i grandi parolieri del Novecento: Cole Porter e la sua eleganza, Stephen Sondheim e la sua precisione teatrale, la coppia Burt Bacharach–Hal David, e tra i moderni Jimmy Webb, Paul McCartney, Brian Wilson. McAloon trattava la canzone come un mestiere letterario — rime interne, arguzia, una cura della metrica che nel pop dell'epoca aveva pochi rivali — al punto da incastonare un rimando shakespeariano (il Timon d'Atene) in un brano come «Radio Love».
La seconda chiave è che quasi non scriveva di sé. Dove il rock confessava, McAloon costruiva personaggi e situazioni. In Steve McQueen veste i panni di un detective disilluso che osserva l'amore da fuori; altrove dà voce a fuorilegge, a divi, a un'America di pura immaginazione che non aveva mai visitato. È scrittura per maschere, più vicina al teatro che al diario — e proprio per questo invecchia bene.
E poi ci sono le singole canzoni, che funzionano come racconti brevi. «When Love Breaks Down» è l'anatomia esatta della negazione amorosa, detta con una calma che la rende devastante. «Cars and Girls» è una replica garbata a Bruce Springsteen: McAloon obietta, con affetto, che la vita è più complicata di automobili e ragazze. «The King of Rock 'n' Roll», il loro brano più noto, nasconde sotto un ritornello volutamente assurdo una riflessione amara su un artista prigioniero di una canzonetta. «Bonny» trasforma una piccola assenza quotidiana in qualcosa di immenso. Hanno tutte una voce, un punto di vista, una svolta: la grammatica del racconto applicata a tre minuti di pop.
Vale la pena cercarne i testi per esteso: poche penne, nel pop, reggono una lettura su pagina come la sua.
McAloon non scriveva canzoni rock con parole belle: scriveva da paroliere del Novecento finito per caso negli anni Ottanta. — Groov-illa
Perché non lo conoscete
E allora perché non è famoso? La risposta è un intreccio di scelte e di mode. McAloon scriveva canzoni troppo colte per le classifiche e troppo melodiche per l'indie: cadeva nel mezzo. La band detestava il palco e quasi non andò mai in tournée, proprio negli anni in cui un tour costruiva una carriera. La produzione lucida degli anni Ottanta, allora un pregio, ha finito per datare certi dischi alle orecchie delle generazioni successive. E c'è il perfezionismo: McAloon rifiniva all'infinito e pubblicava col contagocce. Eppure il riconoscimento tra i pari non è mai mancato — era, ed è, il songwriter che gli altri songwriter studiano.
Ci provò, a sfondare. From Langley Park to Memphis (1988) conteneva «The King of Rock 'n' Roll», il loro pezzo più noto — un tormentone surreale che divenne quasi una condanna, perché in molti conoscono soltanto quello. Jordan: The Comeback (1990), diciannove brani prodotti ancora da Dolby, fu il suo disco più ambizioso, un concept su fede e celebrità candidato a un BRIT Award: troppo vasto, troppo strano per diventare un successo di massa, ma adorato da chi lo trovò.
Troppo colto per il pop, troppo melodico per l'indie. Una band che non andava in tournée nell'epoca in cui i tour facevano le carriere. Un autore perfezionista che limava all'infinito e pubblicava col contagocce. E una produzione anni Ottanta che il tempo ha reso, a torto, fuori moda. Quattro alibi per ignorare una delle scritture più raffinate del pop britannico.
Il recluso e i dischi fantasma
Poi il mondo si chiuse. Tra la fine degli anni Novanta e i Duemila McAloon subì il distacco della retina: da quell'esperienza, e dalle radio a onde corte che ascoltava durante la convalescenza, nacque I Trawl the Megahertz (2003), un disco quasi interamente strumentale e parlato, lontanissimo dal pop. Poco dopo arrivò la malattia di Ménière, con acufeni che gli rendono doloroso l'ascolto stesso della musica. Si ritirò nella campagna del Durham, si fece crescere la barba bianca, e diventò un fantasma.
Ma la cosa più affascinante è ciò che non abbiamo mai sentito. McAloon ha sempre parlato di interi album scritti e mai pubblicati — una tradizione cominciata presto, quando Protest Songs (registrato a metà anni Ottanta) restò nel cassetto fino al 1989. Negli anni l'archivio si è gonfiato di capolavori fantasma:
Alcuni esistono come demo, altri forse solo nella sua testa. Ma è proprio questa biblioteca invisibile a renderlo una figura unica: l'unico autore la cui leggenda si regge tanto su ciò che ha pubblicato quanto su ciò che ha tenuto nascosto.
Da dove cominciare
Per il collezionista, i Prefab Sprout sono un terreno relativamente tranquillo. Gli originali Kitchenware degli anni Ottanta — Swoon, Steve McQueen — si trovano senza svenarsi, e Steve McQueen resta il disco da cui partire: nel 2007 ne è uscita un'edizione doppia con otto brani riregistrati da McAloon alla sola chitarra acustica, una rara occasione di sentire quelle canzoni a nudo. Sul fronte vinile, le ristampe ufficiali su Sony/Legacy hanno rimesso in circolo i titoli chiave. Regola semplice: comincia da Steve McQueen, poi Jordan: The Comeback quando hai voglia di perderti.
I Prefab Sprout non hanno mai avuto il loro momento, e forse non lo avranno mai. Ma la sottovalutazione, certe volte, è solo questione di tempo non ancora trascorso. Paddy McAloon ha scritto alcune delle canzoni più belle del suo Paese e ha scelto di non difenderle, di non spiegarle, di non portarle in giro. Stanno lì, in attesa — come i dischi che non ha mai pubblicato — di chi avrà la pazienza di andarle a cercare.
Prefab Sprout — Swoon

Prefab Sprout — Steve McQueen

Prefab Sprout — Jordan: The Comeback
