Non è l'ennesima biografia. È un libro su un suono e su quello che quel suono ha fatto a chiunque lo abbia ascoltato. Ben Ratliff, per anni critico jazz del New York Times, divide il libro in due metà: la prima segue lo sviluppo della musica di Coltrane, la seconda — ed è qui che il libro diventa speciale — ne segue l'eredità. La domanda di fondo non è "chi era Coltrane" ma "perché Coltrane pesa così tanto nell'idea stessa che il jazz ha di sé".
È un approccio diverso da quello di Lewis Porter, che trovate anch'esso in Libreria. Dove Porter trascrive e analizza, Ratliff ragiona e ascolta: meno partiture, più saggio, più accessibile. I due libri non si fanno concorrenza, si completano. Se Porter è il volume di consultazione, Ratliff è quello che leggi d'un fiato e che ti cambia il modo di sentire.
La seconda metà — sull'influenza, sulle reazioni di musicisti e critici, su come quel suono abbia continuato a riverberare per decenni — è il ponte naturale verso i capitoli del risveglio contemporaneo: spiega perché, a sessant'anni di distanza, Kamasi Washington e Shabaka tornano ancora a quella sorgente.
Uscito nel 2007 per Farrar, Straus and Giroux e poi in tascabile Picador, è scritto con l'eleganza nervosa della grande critica giornalistica americana: frasi che sembrano semplici e che invece pesano ogni parola.
Coltrane lasciò un suono, non un metodo. Ratliff è il libro che si mette in ascolto dell'eco.