Epic Records · 1971
Il funk che smette di essere festa e diventa specchio. Sly Stone porta la musica nera americana nel posto più buio e onesto che abbia mai visitato.
San Francisco, 1971. Tre anni prima, Stand! aveva convinto il mondo che la musica potesse essere tutto insieme: politica, festa, integrazione razziale, utopia californiana in tre minuti e quarantacinque secondi. Sly Stone era diventato il profeta di una promessa che, nel frattempo, si era già incrinata. I Black Panthers premevano sulla band perché licenziasse i musicisti bianchi. Il tour del 1970 era stato un disastro di date saltate e sold-out ignorati. La cocaina e il PCP avevano preso il posto dei discorsi sul futuro. Quello che Sly porta su nastro in questo disco — inciso quasi interamente nella sua villa di Bel Air, da solo, con una drum machine tra le prime usate nel funk e una batteria di cassette sovraincise — non è un disco di protesta né di resa. È qualcosa di più scomodo: un referto.
La traccia di apertura del lato A si chiama There's a Riot Goin' On. Dura zero secondi. È silenzio. In quella scelta — così vicina al punk che nascerà cinque anni dopo, così deliberatamente lontana da qualunque convenzione di un lato A — c'è già tutto il programma del disco. Luv N' Haight entra subito dopo con una batteria meccanica e sfibrata, voce trattata fino a diventare quasi irriconoscibile, basso che si aggira nel fondo del mix come un animale notturno. Family Affair — l'unico vero singolo, il più grande successo commerciale del disco — è paradossalmente il momento più fragile: un groove costruito su sintetizzatore e drum machine, Sly che canta come da una stanza contigua, il coro femminile che armonizza su note che non vogliono risolversi mai. Africa Talks to You chiude il lato A su undici minuti di funk decostruito, distorto, quasi irrespirabile — e Thank You for Talkin' to Me Africa, la chiusura del lato B, riprende il groove festoso di Thank You (Falettinme Be Mice Elf Agin) del 1970 e lo smonta mattone per mattone, restituendo una carcassa su cui aleggia il disagio del dopo.
Sul piano del pressing, There's a Riot Goin' On è uno dei dischi più complessi da valutare in vinile. L'originale Epic USA (KE 30986, 1971, etichetta arancione) ha una qualità audio volutamente sporca: bassi che si schiacciano, dinamica compressa, alta frequenza assente quasi per principio. Ma questa non è tutta colpa del mastering — è in parte scelta estetica, in parte la conseguenza delle condizioni di registrazione. Le copie in buone condizioni si trovano su Discogs tra i 20 e i 60 euro, ma le variazioni tra stamper sono notevoli: alcune presse suonano straordinariamente meglio di altre. La ristampa Legacy/Epic del 2007 (EK 30986) è la versione moderna di riferimento: migliore controllo qualità, EQ leggermente corretto, bassi con più definizione senza snaturare la fangosità originale. Non esiste una ristampa audiofila definitiva — nessuna Mobile Fidelity, nessuna Analogue Productions — e probabilmente non ne esiste una perché il disco non ne ha bisogno: la sua imperfezione è il suo suono.
There's a Riot Goin' On non è un disco piacevole nell'accezione normale del termine. Non vuole che voi vi alziate dalla sedia. Vuole che restiate seduti e guardiate cosa rimane quando si toglie tutto quello che suonava bene. Il brano da cui iniziare è Thank You for Talkin' to Me Africa — mettetelo subito dopo Thank You (Falettinme Be Mice Elf Agin) e ascoltate la distanza tra i due. È tutta lì, quella distanza: è il disco.
Un disco che non convince al primo ascolto e non si dimentica mai dopo il terzo. Il funk più onesto mai registrato — onesto nel senso di impietoso. Cercate la Legacy 2007 se volete qualità, l'originale Epic arancione se volete il documento.
There's a Riot Goin' On su Vinile — Quale Pressing?
Epic KE 30986 (1971, etichetta arancione). Suono volutamente sporco — i bassi si schiacciano, le alte frequenze quasi scompaiono. Le variazioni tra stamper sono notevoli: cercate VG+ su Discogs tra €20 e €60, ma fate un ascolto prima di acquistare se potete
Epic pressa successiva. Leggermente più pulita ma senza corregere l'EQ. Meno documentalmente interessante, non necessariamente migliore
EK 30986. Il riferimento moderno. Controllo qualità superiore, bassi con più definizione, fangosità originale mantenuta. La scelta per chi vuole ascoltare bene senza pagare prezzi da collezionismo
Nessuna ristampa audiofila dedicata esiste. Non è una mancanza — l'imperfezione sonora di questo disco è parte integrante della sua estetica
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La qualità audio scadente dell'originale è intenzionale o un difetto di produzione?
Entrambe le cose, e la distinzione è quasi irrilevante. Sly registrava in condizioni caotiche nella sua villa di Bel Air, su cassette sovraincise, con una drum machine e pochissimi overdub di band reale. Il risultato era sporco per necessità — ma Sly ha scelto di non ripulirlo. Quella scelta estetica è parte dell'opera. La 2007 Legacy corregge i difetti tecnici più evidenti senza snaturare questa scelta.
Come si contestualizza questo disco rispetto a Stand! (1969)?
Stand! è il positivo fotografico: colori vividi, utopia multiraciale, energia contagiosa. There's a Riot Goin' On è il negativo: stessi elementi, stessa band (in teoria), luce tolta. Vanno ascoltati in sequenza almeno una volta. La distanza tra i due racconta i tre anni più turbolenti della storia afroamericana tra il 1968 e il 1971.
Da dove iniziare se è il mio primo ascolto?
Ascoltate prima Thank You (Falettinme Be Mice Elf Agin) da Stand! — due minuti e mezzo di funk festoso e irresistibile. Poi mettete Thank You for Talkin' to Me Africa, che chiude There's a Riot: stessa struttura armonica, svuotata di tutto il calore. Quella sequenza di cinque minuti spiega il disco meglio di qualsiasi analisi critica.