Mumford & Sons a Hyde Park: la porta d'ingresso al folk
Hyde Park, 4 luglio 2026. Sessantacinquemila persone, Hozier e Shania Twain a sorpresa, e il ritorno a casa dei Mumford & Sons. Cronaca dalla balaustra.
Sono arrivato alla balaustra del pit un'ora prima, quando il sole di luglio picchiava ancora dritto sul Great Oak Stage e la fila davanti a me si ventilava con qualsiasi cosa avesse in mano. Sessantacinquemila persone, un caldo da fine mondo, l'erba di Hyde Park già calpestata a polvere. Poi, verso sera, un rumore di campana e la voce di uno speaker da incontro di boxe — l'intro strumentale di The Wild, il verso dritto dentro Begin Again, i fuochi che partono a mezz'aria. E i Mumford & Sons erano di nuovo a casa, dieci anni dopo l'ultima volta su questo palco. Marcus, con il sole basso ancora negli occhi, cantava le prime canzoni con gli occhiali scuri: un uomo che tornava nella sua città e non fingeva di essere abituato all'idea.
Diciamolo subito, perché è la ragione per cui scrivo questo pezzo e non una semplice cronaca: non sono un fan sfegatato dei Mumford & Sons. Sono un collezionista di folk, quello vero, quello che vive nei solchi e nelle voci incrinate. E però quella sera, alla balaustra, in mezzo a un mare di gente che cantava ogni parola, ho capito una cosa che vale la pena raccontare a chi legge Groov-illa: questa band, per moltissime persone, è la porta. È il primo posto in cui il banjo e le armonie a tre voci entrano in una vita. E ogni porta, se sai guardarci oltre, dà su una stanza più grande.
Hyde Park, per loro, non è un palco qualunque. È il luogo che la band ha definito «intessuto nella nostra storia», il posto dei ricordi, e tornarci dopo un decennio — con due dischi nuovi in tasca, Rushmere del 2025 e Prizefighter uscito a febbraio — aveva il peso di una cosa che si chiude e si riapre insieme. Si sentiva nella voce di Marcus, si sentiva nella scaletta, costruita per attraversare tutto: i primi trionfi, la fase rock, le canzoni nuove, e due ospiti che nessuno, alla balaustra, si aspettava.
Dalla balaustra: due ore, diciannove canzoni, due colpi di scena
I Will Wait arriva quasi subito, seconda canzone, e Hyde Park diventa una cosa sola: è la loro macchina da sing-along perfetta, e a sentirla cantata da sessantacinquemila gole capisci perché li hanno portati fin qui. Poi White Blank Page, con quel suo passo lento che esplode, e Lover of the Light, e Hopeless Wanderer. Su Badlands sale sul palco Stella Lefty, uno dei nomi della giornata; è già chiaro che la serata non sarà un compitino da anniversario.
Il primo colpo arriva a metà. Marcus presenta l'ospite come «l'uomo più gentile della musica», e da dietro le quinte spunta Hozier, per la loro collaborazione di quest'anno, Rubber Band Man — un pezzo dal calore quasi country — e resta sul palco per una versione da brividi di Awake My Soul, con le due voci che si rincorrono sul refrain e il parco che risponde in coro. Poco prima, un saluto al Pride, e bandiere arcobaleno che si alzano ovunque nella luce che cala. Poi la band torna al suo repertorio: Truth, dal nuovo corso più rock, con lo sfondo che va letteralmente a fuoco; Ditmas, con Marcus che si getta letteralmente tra la folla; e Little Lion Man, accolta come si accoglie un vecchio amico. È il momento in cui il pit smette di essere pubblico e diventa un unico organismo che salta.
Il secondo colpo è di quelli che si raccontano per anni. Dopo Believe, una Delta accorciata e The Wolf, parte l'encore con Rushmere, e Marcus fa capire che c'è «un'altra sorpresa» — sorpresa, dice, «anche per noi». Ed ecco arrivare, in body nero e stivali alti, Shania Twain: appena scesa dal palco di Wembley, dove quella stessa sera aveva aperto per Harry Styles, ha attraversato Londra di corsa per essere qui. Prima Here, il pezzo più country dei Mumford, nato con Chris Stapleton; poi, quando lei chiede al parco se abbiamo voglia di «qualcosa di sfacciato», i primi accordi di Man! I Feel Like a Woman! e il pandemonio. Sessantacinquemila persone che perdono la testa insieme. È il tipo di momento per cui esistono i festival.
E poi, quasi senza preavviso, la fine. The Banjo Song, The Cave, i fuochi d'artificio — e le luci di sala su. Confesso che sono rimasto un secondo alla balaustra a chiedermi se fosse davvero tutto: nessun lungo commiato, nessun rituale del ritorno sul palco, solo l'euforia dei fuochi e subito dopo il vuoto. Chi viene dai concerti nei club conosce quella piccola vertigine dell'anticlimax. Ci ho messo un attimo a capire che non era freddezza: era Hyde Park.
Marcus, la porta d'ingresso
C'è un modo pigro di raccontare i Mumford & Sons, e comincia con «banjo, gilet, stomp da stadio». Ce n'è uno più utile, ed è chiedersi da dove peschino. La band nasce a Londra ovest sul finire degli anni Zero, dentro quella piccola scena folk che ha prodotto anche Laura Marling, Johnny Flynn, i Noah and the Whale — ragazzi che riscoprivano l'Inghilterra di legno e corde mentre il mondo ballava altro. Marcus, prima di cantare, suonava la batteria proprio per Marling. Il folk-revival, per lui, non è una posa da copertina: è il terreno di partenza.
Poi è arrivato tutto il resto — Sigh No More, Babel, gli stadi americani, il Grammy — e con esso la versione massimalista, in levare, luminosa del folk: costruzioni da inno, la grancassa in quattro, l'ugola spalancata. Nel 2021 se n'è andato Winston Marshall, e con lui il banjo, lo strumento-simbolo di quel primo suono; oggi sono un trio, e la rotta è scivolata verso un'Americana più confessionale. Non a caso Prizefighter è registrato con Aaron Dessner — lo stesso che ha ridisegnato il folk indie dell'ultimo decennio — e chiama ospiti come Hozier, Gracie Abrams, Chris Stapleton. I Mumford, insomma, sono la porta più larga che il mainstream abbia verso la parola «folk». Il punto, per noi, è cosa c'è dietro quella porta.
Dal palco al solco
Perché se il banjo e le armonie ti hanno preso a Hyde Park, quel suono viene da qualche parte — e la parte più bella è a monte, più in ombra, più intima. È lì che vive il folk che non fa stomp ma sussurra, quello che non riempie un parco ma una stanza e una sera. Se vuoi la mappa prima dei nomi, parti da qui: cos'è davvero il folk, da dove nasce e perché torna sempre.
Poi i tre che contano. Nick Drake: tre dischi, una vita breve, la malinconia inglese fatta chitarra — l'esatto contrario dell'inno da stadio, e per questo la radice più profonda di tutto. Karen Dalton, la voce incrinata che perfino Dylan guardava dal basso, banjo e dolore in In My Own Time. E Van Morrison di Astral Weeks: il folk che diventa flusso, anima celtica e jazz, il disco da cui una certa idea di «canzone che respira» non si è più ripresa. Tre porte sul retro, che portano esattamente dove Hyde Park indicava senza dirlo.
Dall'arena al solco
A concerto finito, mentre il parco si svuotava e le voci si spargevano per le strade di Londra ancora cantando, ho pensato che era stata una serata generosa: due ore, due ospiti da prima pagina, un ritorno a casa fatto bene. I Mumford sanno cosa sono diventati — la band che apre a milioni di persone la porta di una parola, folk, che senza di loro molti non avrebbero mai pronunciato. È un merito, non una colpa.
Ma la cosa che mi porto a casa non è un ritornello da sessantacinquemila voci. È il sospetto, montato pian piano tra Awake My Soul e i fuochi finali, che tutta quell'euforia fosse un invito. Il folk vero non urla: aspetta. Sta in una stanza, su un piatto, a volume basso, in una voce che trema. Se Hyde Park ti ha preso, la strada non finisce all'uscita del parco. Comincia lì — nel solco.
I Mumford & Sons non sono la destinazione. Sono la porta. E le porte servono a una cosa sola: ad attraversarle. — Groov-illa · Storia di Copertina, 2026