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Dal rocksteady al 2-tone: come la Giamaica arriva a Coventry
Saggio 2-tone · Rocksteady · Coventry

Dal rocksteady al 2-tone: come la Giamaica arriva a Coventry

Il 2-tone non fu un revival dello ska. Fu la seconda generazione britannica che riaccelerò il ritmo giamaicano dei genitori e lo innestò sul punk. A Coventry.

Metti due dischi sul piatto, a dodici anni di distanza. Il primo è del 1967: «A Message to You Rudy» di Dandy Livingstone, rocksteady giamaicano, il tempo pigro di un pomeriggio caldo, il trombone di Rico Rodriguez che risponde alla voce. Il secondo è del 1979: la stessa canzone, incisa dagli Specials a Coventry — e allo stesso trombone c'è di nuovo Rico Rodriguez, dodici anni più tardi, dall'altra parte del mare. Stesso DNA, altro battito: più veloce, più nervoso, elettrico. Tra quei due solchi c'è tutta questa storia.

Di solito la si liquida come «revival dello ska». È una scorciatoia, ed è sbagliata. Quello che accadde a Coventry alla fine degli anni Settanta non fu una citazione nostalgica di una musica vecchia: fu la risposta di una seconda generazione alla musica che i genitori si erano portati dietro dai Caraibi. Il ritmo giamaicano che aveva attraversato l'oceano venne raccolto dai figli britannici di quella migrazione, riacceso e innestato sull'urgenza del punk. Non un revival: una reinvenzione. La geografia della migrazione fatta suono.

01 — Il ritmo

Da dove partiamo: il rocksteady

Conviene essere precisi sul punto di partenza. Non è lo ska giamaicano delle origini — quello dei primissimi anni Sessanta, troppo indietro per questa storia. È il suo figlio più lento: il rocksteady. Intorno al 1966, quando anche il soul americano si fece più morbido, lo ska rallentò — meno frenesia, più peso sul downbeat, linee di basso più sinuose, voci più calde — e per un paio d'anni, con il picco nel 1967, dominò la Giamaica prima di cedere il passo al reggae nel 1968. Fu la stagione dei grandi gruppi vocali — i Paragons, gli Heptones, i Melodians — e di un basso che smise di correre per cominciare a cantare: è quel passo dondolante, non la corsa dello ska, a essere il materiale genetico del 2-tone.

02 — Le Midlands

Quando il suono arriva a Coventry

Come il reggae fosse arrivato in Inghilterra lo abbiamo già raccontato altrove — la generazione Windrush, i sound system, la conquista pop attraverso la Trojan. Qui basta ricordare dove atterrò una parte di quel suono: non solo Londra, ma le Midlands industriali. Coventry era una città di fabbriche, soprattutto dell'automobile, e come la vicina Birmingham attirò dal dopoguerra le comunità caraibiche in cerca di lavoro. I numeri lo dicono con sobrietà: già nel 1961 oltre il tredici per cento degli abitanti di Coventry era nato fuori da Inghilterra e Galles, e la componente caraibica cresceva rapidamente. In quelle case, in quei quartieri, i dischi giamaicani continuarono a girare — portati, comprati, prestati. È il suono con cui una generazione di bambini britannici crebbe.

E quei dischi non stavano fermi. La musica caraibica nelle Midlands viveva come a Kingston: nelle feste di casa, nei blues dance, attorno ai sound system che nel dopoguerra avevano attraversato l'oceano insieme alle persone. Un ragazzino di Coventry poteva conoscere il rocksteady prima dei Beatles — non era musica esotica da riscoprire, era la colonna sonora del quartiere, il basso che usciva dalla porta accanto.

Ma il momento conta quanto il luogo. Alla fine degli anni Settanta Coventry non era più la città in piena espansione del dopoguerra: l'industria dell'auto arrancava, la disoccupazione mordeva, e la tensione razziale cresceva mentre il National Front cercava consenso proprio tra i giovani bianchi delle città operaie. È in questo clima — non nell'astratto, ma in una precisa Inghilterra di fabbriche che chiudevano e di strade nervose — che una generazione mista, nera e bianca, scelse di suonare insieme la musica dei Caraibi. La geografia diceva dove; il 1979 diceva perché proprio allora.

03 — La mutazione

La seconda generazione riaccende il tempo

Ed è questa la svolta. I ragazzi che alla fine degli anni Settanta fondarono i gruppi 2-tone erano cresciuti ascoltando quei dischi degli anni Sessanta — è la lettura, largamente condivisa, della «seconda generazione»: non giamaicani, ma britannici, figli di quella musica più che della Giamaica. Erano band mescolate, nere e bianche insieme, un dato che qui conta come fatto sonoro prima ancora che politico (la politica dell'etichetta è un'altra storia, che raccontiamo a parte). Presero il rocksteady e il primo reggae e ci fecero una cosa che ai loro genitori non sarebbe venuta in mente: lo riaccelerarono, lo resero più pieno e più duro, gli innestarono la chitarra e l'urgenza del punk che intanto avevano nelle orecchie.

Cosa cambia, in concreto, tra il rocksteady e il 2-tone? Il cuore ritmico resta lo stesso — la chitarra che pesta l'accordo in levare, sul contrattempo, quel «chop» che nel reggae si chiama skank — ma tutto viene tirato. Il tempo sale, la chitarra si fa più secca e tagliente, la batteria spinge invece di dondolare, e la voce perde il calore soul del 1967 per prendere l'urgenza gridata del punk. È lo stesso passo di danza suonato da chi ha in corpo anche i Clash. Metti in fila l'originale del '67 e la versione degli Specials, e lo senti subito: non un cambio di canzone, un cambio di adrenalina. Restano anche i codici ereditati dai sound system — la voce che chiama e la sala che risponde, il toasting parlato-ritmato sopra il beat — ma cantati ora con l'accento di Coventry, non di Kingston.

Il risultato ha una data e un luogo: fine anni Settanta, Coventry. Gli Specials — formatisi nel 1977, con il debutto nel 1979 — ne furono il gruppo-manifesto; attorno a loro, dalla stessa città e da quelle vicine, la Selecter, e poco oltre Madness e The Beat. Il tempo più veloce, la strumentazione più fitta, il taglio più aspro rispetto allo ska degli anni Sessanta non erano un tradimento: erano la traduzione di quel ritmo nella lingua di ragazzi cresciuti in un'Inghilterra di disoccupazione e tensione razziale. Coventry, città operaia e multietnica, fu il crogiolo perfetto.

04 — La tesi

Reinvenzione, non revival

Ecco perché «revival» è la parola sbagliata. Un revival guarda indietro e ricopia; il 2-tone guardava a sé stesso, al presente di chi lo suonava. Non riportava in vita una musica morta: prendeva una musica ancora viva — quella che suonava in casa — e la costringeva a diventare contemporanea. La cover degli Specials di «A Message to You Rudy» non è un omaggio d'archivio: è la stessa canzone che cambia cittadinanza, che smette di essere giamaicana e del 1967 per diventare britannica e del 1979, senza smettere di essere sé stessa. È il gesto di chi eredita qualcosa e decide di riscriverlo invece di conservarlo sotto vetro.

Il 2-tone non riportò in vita una musica morta: prese la musica che suonava in casa e la costrinse a diventare contemporanea. — Groov-illa
05 — Il vinile

L'oggetto: scacchiera e rude boy

C'è un ultimo strato, ed è quello che il collezionista conosce meglio: l'oggetto. Nel 1979 Jerry Dammers degli Specials fondò a Coventry — al 51 di Albany Road, Earlsdon — la 2 Tone Records, finanziata dalla Chrysalis, e le diede un'identità visiva diventata più celebre di quasi ogni singolo disco: la scacchiera bianca e nera e un ometto in giacca nera, camicia bianca, cravatta sottile e pork-pie hat, il rude boy noto come Walt Jabsco. Ed ecco il dettaglio che chiude il cerchio di tutta questa storia: quella figura Dammers la disegnò — con Horace Panter — a partire da una foto di Peter Tosh sulla copertina di The Wailing Wailers. Il volto-simbolo del 2-tone britannico è, letteralmente, un musicista giamaicano ridisegnato da ragazzi delle Midlands. La migrazione fatta suono, di nuovo, ma stavolta fatta immagine.

L'identità la mise a punto il grafico John «Teflon» Sims, partendo dagli schizzi della band: un'estetica «anti-design», spartana, tutta griglia e bianco-e-nero, figlia della tipografia svizzera degli anni Cinquanta più che del pop dell'epoca. Funzionò così bene da diventare un marchio prima ancora che un catalogo — la scacchiera 2 Tone fu imitata ovunque, dalla pubblicità in giù — e a quarant'anni di distanza è ancora riconoscibile in un decimo di secondo. Poche etichette hanno avuto un'immagine tanto forte da sopravvivere ai propri dischi.

Per il collezionista quell'estetica è anche una mappa di rarità. I 45 giri della 2 Tone uscivano nelle celebri buste sagomate (die-cut) con la scacchiera — ma non il primissimo: «Gangsters» (accreditato The Special AKA vs The Selecter), la scintilla di tutto, all'inizio girò distribuito dalla Rough Trade in semplici buste bianche timbrate a mano dalla band, prima che l'accordo con la Chrysalis portasse Walt sulla busta die-cut. È quello il grail. E c'è un tell da conoscere: le prime copie di ogni singolo uscivano con etichetta di carta, mentre le tirature successive passavano a una più anonima etichetta di plastica grigia, solo testo, per tagliare i costi in fabbrica. Carta prima, plastica grigia poi: nel solco e sull'etichetta si legge, ancora oggi, quale copia hai in mano.

Attorno a «Gangsters» c'è la stagione breve e densissima della label: tra il 1979 e il 1981 la 2 Tone stampò la spina dorsale del movimento — gli Specials, la Selecter, il debutto dei Madness con «The Prince», i primi passi di The Beat — quasi tutto in 45 giri, quasi tutto nella busta a scacchi. Sono quei singoli originali, con l'etichetta di carta e la busta sagomata intatta, a valere di più oggi; le ristampe successive sotto l'imprint «2 Tone», utilissime all'ascolto, non hanno lo stesso peso. E come sempre nel vinile contano le condizioni: una busta die-cut integra, non ingiallita né strappata, fa la differenza tra una copia comune e una da tenere. (Il significato politico della scacchiera — l'unità razziale contro il National Front — è un'altra storia, che raccontiamo a parte: qui conta l'oggetto.)

Ed è un collezionismo che dice qualcosa. Inseguire un 45 dei primissimi mesi della 2 Tone significa inseguire l'oggetto in cui la migrazione, il ritmo e la seconda generazione si sono condensati: la musica giamaicana, riaccelerata a Coventry, dentro una busta con la faccia ridisegnata di Peter Tosh. Il valore non è solo scarsità — è che quel disco è la prova materiale della tesi.

C'è anche una ragione pratica per cui vale la pena entrarci. Rispetto al press giamaicano d'epoca — ruvido, mal documentato, un campo minato di stampe e ristampe — collezionare 2 Tone è quasi ordinato: un'unica etichetta, un arco di pochi anni, un catalogo ben tracciato. È forse il modo più pulito di possedere un pezzo di questa storia migrante. E non è un caso che i cofanetti celebrativi e le ristampe d'anniversario continuino a uscire a ogni ricorrenza: la scacchiera, quarant'anni dopo, vende ancora.

06 — Le radici e i rami

Dove porta questa storia

Da qui la strada si dirama in due direzioni. All'indietro, verso le radici; in avanti, verso ciò che il 2-tone divenne — non solo un suono, ma una dichiarazione: la scacchiera bianca e nera, l'etichetta che fece dello ska un atto antirazzista, storia che merita un capitolo tutto suo. Il suo epilogo più celebre — «Ghost Town» degli Specials, numero uno nel 1981, una città che si svuota cantata mentre l'Inghilterra andava a fuoco — chiuse il cerchio proprio dove era cominciato: a Coventry.

Ma vale la pena fermarsi almeno sulle radici, perché è lì che la parentela diventa concreta. Quei dischi giamaicani che giravano nelle case di Coventry non erano nati per l'ascolto in cuffia: erano fatti per i sound system, gli impianti mobili attorno a cui la cultura caraibica si era organizzata sia a Kingston sia in Inghilterra. È da quel mondo — il basso in primo piano, il volume come esperienza fisica, la version strumentale sul lato B pensata perché il selector ci lavorasse sopra — che il dub avrebbe tratto la sua estetica dello spazio e dell'eco. Il 2-tone non prese direttamente il dub, ma respirava la stessa aria: l'idea che il ritmo e il basso fossero il cuore della canzone, e che una traccia potesse essere smontata, accelerata, reinventata. I ragazzi di Coventry ereditarono non solo delle canzoni, ma un modo di trattarle. Quella logica — smontare, accelerare, rimontare — è la stessa che il dub aveva portato all'estremo in Giamaica; ed è la ragione per cui il 2-tone, pur non essendo dub, gli somiglia nell'atteggiamento prima ancora che nel suono.

E al centro resta il gruppo che più di ogni altro incarna il fenomeno, gli Specials, il disco da cui partire per sentire tutto questo su un piatto solo. Il ritmo che i genitori si erano portati da Kingston non era tornato indietro: aveva solo imparato una nuova lingua, ed era diventato, a Coventry, qualcosa che prima non esisteva.

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