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Impulse!: la casa del jazz che osò

Englewood Cliffs, 1964. Come Impulse! trasformò il jazz in arte radicale — e fece dell'arancione e nero un manifesto. La casa che Trane costruì.

Nello studio che Rudy Van Gelder si era costruito in un bosco del New Jersey — soffitti alti come una cappella, legno e mattoni, il pianoforte al centro — quella sera di dicembre entrarono in quattro. John Coltrane al sassofono tenore, McCoy Tyner al pianoforte, Jimmy Garrison al contrabbasso, Elvin Jones alla batteria. Lavoravano insieme da anni, si conoscevano al respiro. In poche ore, quasi per intero in una sola seduta, incisero i trentatré minuti di una suite in quattro parti che Coltrane aveva scritto come un ringraziamento a Dio dopo essere uscito dall'eroina. Sul foglio delle note di copertina avrebbe stampato una poesia e una sola dichiarazione: a love supreme. Il disco uscì l'anno seguente con una copertina in bianco e nero, spoglia e grave come un manifesto, e diventò una delle cose più conosciute di tutto il jazz. A pubblicarlo fu un'etichetta che aveva appena tre anni di vita e già una faccia inconfondibile: l'arancione e il nero. Si chiamava Impulse!, con il punto esclamativo. E aveva deciso, dal primo giorno, di osare.

Impulse! è la casa in cui il jazz degli anni Sessanta smise di essere intrattenimento e diventò arte radicale — spirituale, politica, a volte volutamente scomoda. Nata come costola di lusso di una major pop, in pochi anni divenne il luogo dove Coltrane poteva registrare esattamente ciò che voleva, dove Archie Shepp poteva incidere un disco di protesta e Pharoah Sanders trentatré minuti di estasi modale senza che nessuno, in sala di controllo, alzasse un sopracciglio. Ma la cosa che la rese immediatamente riconoscibile, prima ancora della musica, fu l'immagine: le copertine apribili, i dorsi arancioni e neri allineati sullo scaffale, il design come dichiarazione d'intenti. Impulse! non vendeva soltanto dischi. Vendeva un'idea di jazz come avanguardia, e la vendeva anche a chi quell'avanguardia, a rigore, non l'avrebbe mai ascoltata.

I protagonisti Impulse! Records · 1960–1979
Creed Taylor
Fondatore · 1960–61

Responsabile jazz della ABC-Paramount, veniva dalla Bethlehem. Fonda Impulse! nel 1960 e ne disegna l'identità di lusso, poi se ne va quasi subito per dirigere la Verve. Ma la rotta era già tracciata.

Bob Thiele
Produttore · 1961–69

Il successore di Taylor, arrivato dal pop: aveva messo sotto contratto Buddy Holly. Produsse quasi tutto il periodo classico e lasciò ai suoi artisti una libertà pressoché totale. È l'uomo che disse sì al free jazz.

Rudy Van Gelder
Ingegnere del suono

Dal suo studio di Englewood Cliffs uscì gran parte del catalogo, la stessa stanza che dava metà del suono della Blue Note. Il suo modo di riprendere fiati e pianoforte è metà del "suono Impulse!".

John Coltrane
L'artista di punta

Il primo grande contratto a lungo termine. La sua evoluzione — dal quartetto d'oro al free più estremo — tirò l'intera etichetta con sé. Impulse! divenne, per tutti, "la casa che Trane costruì".

Fran Attaway
Grafica · Copertine

A lei si deve la scelta dell'arancione e del nero e l'impaginato delle prime copertine: colori visibili da lontano, riconoscibili sullo scaffale a occhi socchiusi. Un marchio prima ancora che una grafica.

Archie Shepp
Sassofonista · dal 1964

La coscienza politica del catalogo. Con lui il free jazz Impulse! diventò esplicitamente un discorso sull'America nera negli anni delle lotte per i diritti civili. Osare, qui, voleva dire anche questo.

Una costola di lusso in casa pop

Impulse! nasce alla fine del 1960 in un posto improbabile: dentro la ABC-Paramount, la major newyorkese che sfornava tormentoni per adolescenti — Paul Anka, Frankie Avalon, Danny & the Juniors. Non esattamente il terreno del jazz d'avanguardia. Ma il presidente Sam Clark voleva una linea di prestigio, e affidò l'impresa a Creed Taylor, un produttore trentenne con un orecchio raffinato e un passato alla Bethlehem Records. Taylor aveva un'idea precisa: non un'etichetta jazz qualunque, ma un marchio capace di competere con i giganti — la Verve di Norman Granz, la Columbia, la Blue Note — vendendo il jazz come un oggetto di valore.

Il nome, all'inizio, doveva essere semplicemente "Pulse". Scoperto che il marchio era già registrato, Taylor ci mise un prefisso e nacque "Impulse!", con quel punto esclamativo che era già un programma. I primi quattro dischi portano i cataloghi da A-1 ad A-4 ed escono all'inizio del 1961: The Great Kai & J.J. dei trombonisti Kai Winding e J.J. Johnson, Genius + Soul = Jazz di Ray Charles con l'orchestra di Count Basie, The Incredible Kai Winding Trombones, e Out of the Cool di Gil Evans — quest'ultimo un capolavoro d'arrangiamento che chiariva subito le ambizioni. Quattro dischi diversissimi, ma tutti confezionati con la stessa cura da libro d'arte.

Perché la vera intuizione di Taylor non fu musicale, fu di packaging: confezionare il jazz come un bene di lusso. Copertine apribili — i gatefold, rarissimi nella musica popolare prima di Sgt. Pepper — con fotografie a tutta pagina, senza bordi. Note di copertina all'interno, come in un volume rilegato. Sul retro, sempre, la frase-slogan «the new wave of jazz is on Impulse!». Costavano cinque dollari e novantotto quando un LP jazz ne costava tre o quattro, e li valevano tutti. Prima ancora di appoggiare la puntina, il compratore sapeva di avere in mano qualcosa che si prendeva sul serio. Era un patto: tu paghi di più, io ti do un oggetto che non ti vergogni di lasciare in vista.

Il design come manifesto

Se c'è una cosa che rende Impulse! un caso unico nella storia delle etichette, è che la si riconosce prima con gli occhi che con le orecchie. L'arancione e il nero non erano una decorazione: erano un sistema. Alla grafica Fran Attaway si deve la scelta cromatica e l'impaginato delle prime copertine — due colori squillanti, ad alta leggibilità, pensati perché una fila di dischi diventasse un blocco compatto e inconfondibile sullo scaffale del negozio. Etichette, dorsi, loghi, retrocopertine: tutto parlava la stessa lingua. Ancora oggi, in una collezione, gli Impulse! si trovano a colpo d'occhio.

Il logo minuscolo, "impulse!", con la sua eleganza tipografica quasi da rivista di moda, completava il quadro. Le fotografie erano l'altra metà del discorso: a colori saturi e a tutto campo, spesso firmate da Pete Turner, uno dei più grandi fotografi commerciali dell'epoca, capace di trasformare un ritratto in un'immagine da galleria. In un'epoca in cui le major mettevano in copertina il volto sorridente della star e poco altro, Impulse! metteva un'immagine grande, seria, ambiziosa, e quel punto esclamativo. La copertina in bianco e nero di A Love Supreme, spoglia e solenne, spiccava ancora di più proprio perché immersa in quel mare di arancione.

Il design, insomma, era il primo messaggio, e il messaggio era chiaro: qui dentro succede qualcosa di importante. Molti ascoltatori comprarono i loro primi dischi d'avanguardia perché fidandosi di quel colore — perché un Impulse! sembrava valere la pena, anche quando conteneva quaranta minuti di free jazz che li avrebbe messi alla prova. È una lezione di comunicazione che poche etichette hanno mai eguagliato: l'estetica come promessa, e la promessa come atto di coraggio.

C'è anche una conseguenza pratica di tutto questo, che ogni collezionista conosce. I dorsi numerati e colorati trasformano il possesso in caccia: una volta che ne hai due o tre in fila, vuoi la fila intera. Le retrocopertine elencavano gli altri titoli del catalogo, invogliando all'acquisto successivo. Impulse! fu tra le prime etichette jazz a costruire un vero oggetto-serie, in cui il singolo disco era anche un pezzo di un insieme più grande. Sessant'anni dopo, quella logica funziona ancora: pochi scaffali sono belli da vedere come una parete di Impulse! d'epoca, allineati come i dorsi di un'enciclopedia.

Il suono di Englewood Cliffs

Se l'occhio era di Taylor e di Attaway, l'orecchio era di Rudy Van Gelder. Gran parte del catalogo Impulse! del decennio d'oro fu registrata nel suo studio di Englewood Cliffs, nel New Jersey: una stanza che Van Gelder si era fatto costruire nel 1959, con la volta in legno lamellare a forma di arco, che sembrava una piccola cattedrale laica del suono. Era la stessa stanza da cui usciva metà del catalogo della Blue Note e della Prestige — il che significa che una parte enorme del suono del jazz moderno americano è nata lì.

Van Gelder era un maniaco riservato: lavorava con i guanti, non lasciava toccare le apparecchiature a nessuno, non rivelava i suoi metodi. Ma il risultato era inconfondibile: presenza, calore, un'immagine sonora solida e vicina, il pianoforte pieno, i fiati che ti arrivavano addosso. Fu, si dice, lo stesso Coltrane a spingere perché fosse Van Gelder a incidere le sue sedute Impulse!, portandosi dietro l'ingegnere che già conosceva da Prestige e Atlantic. Quel suono divenne parte dell'identità dell'etichetta tanto quanto l'arancione: metti su un Impulse! d'epoca e senti subito la stanza.

Provate ad ascoltare con attenzione il tenore di Coltrane su un originale: c'è un alone di riverbero attorno al sassofono, una profondità che nessuna registrazione asettica riproduce, il fiato che sembra materializzarsi a mezzo metro da voi. Il pianoforte di Tyner ha corpo e legno; la batteria di Elvin Jones è un unico organismo pulsante invece di una collezione di pezzi separati. È un suono "caldo" nel senso letterale del termine, e per molti ascoltatori è inseparabile dalla musica stessa: cambiare edizione, passare a una stampa scadente, significa perdere qualcosa che è parte del messaggio. Ecco perché, per i dischi Impulse! più amati, la questione del pressing non è feticismo da collezionisti ma sostanza — è la differenza tra sentire la stanza e sentire soltanto le note.

Non solo Trane

Sarebbe ingiusto ridurre Impulse! al suo artista-simbolo. Già nei primi anni il catalogo raccontava un jazz a tutto tondo. The Blues and the Abstract Truth di Oliver Nelson, del 1961, con Eric Dolphy, Freddie Hubbard e Bill Evans, conteneva "Stolen Moments" e diventò uno degli standard-disco più amati del decennio. Coleman Hawkins, il patriarca del tenore, incise per l'etichetta sedute in cui la vecchia scuola incontrava il presente. Duke Ellington firmò un dialogo memorabile proprio con Coltrane. Sonny Rollins passò di lì a metà anni Sessanta con On Impulse! e l'aspro East Broadway Run Down. E c'era Charles Mingus, il cui The Black Saint and the Sinner Lady, del 1963, resta uno dei vertici assoluti della casa: una suite-balletto in sei parti, orchestrata come un unico grande affresco, che porta l'eredità di Ellington dritta nel futuro.

Era questa la forza di Impulse! nei primi anni: poteva pubblicare un disco di ballate morbide e, il mese dopo, un manifesto d'avanguardia, senza che il marchio perdesse coerenza. Li teneva insieme il packaging, il suono di Van Gelder e un'idea alta di che cosa fosse il jazz. Ma è vero anche che, senza Coltrane, tutto questo avrebbe avuto un baricentro diverso — e quasi certamente meno coraggio.

«Voglio essere una forza per il bene vero. In altre parole, so che ci sono forze cattive, forze che portano sofferenza agli altri e miseria al mondo. Voglio essere la forza opposta.»
John Coltrane Sassofonista, Impulse! Records

La casa che Trane costruì

Nessuna etichetta è mai stata così legata a un solo artista. Coltrane arriva a Impulse! nel 1961 dalla Atlantic, dove aveva appena inciso Giant Steps e toccato il vertice del suo periodo "verticale", quello degli accordi impilati fino al parossismo. Il primo grande contratto a lungo termine della casa. Da quel momento la sua parabola e quella dell'etichetta diventano la stessa cosa, e Bob Thiele — subentrato a Taylor nel 1961 — ha il buon senso di non mettersi mai di traverso.

Il debutto, Africa/Brass, è già un disco per grande organico, con gli arrangiamenti di Eric Dolphy: Coltrane pensa in grande fin dall'inizio. Seguono anni di fertilità impressionante. Ci sono i dischi ruvidi e ipnotici dal vivo al Village Vanguard nel 1961; c'è Coltrane del 1962; e poi, quasi a sorpresa, due dischi di distensione che ampliano il pubblico senza tradire nessuno: Ballads e John Coltrane and Johnny Hartman, il primo un breviario di tenerezza, il secondo l'unico disco che il grande baritono Hartman incise con lui. Poi Impressions, Crescent, e nel dicembre del 1964 quella seduta da cui è partito tutto questo racconto.

A Love Supreme, uscito all'inizio del 1965, è il vertice: vende più di centomila copie subito — cifra impensabile per il jazz moderno — e ne supererà il mezzo milione entro il 1970. È diviso in quattro movimenti — «Acknowledgement», «Resolution», «Pursuance» e «Psalm» — e si apre con il celebre canto «a love supreme» ripetuto come un mantra; nell'ultimo, «Psalm», Coltrane «recita» al sassofono, nota per nota, la preghiera stampata sulla copertina. Ma è anche uno spartiacque. Da lì in avanti la musica di Coltrane si fa più libera, più modale, più densa, più spirituale. Il quartetto d'oro non regge la nuova direzione: McCoy Tyner se ne va alla fine del 1965, Elvin Jones poco dopo, sostituiti dalla seconda moglie Alice al pianoforte e all'arpa e da Rashied Ali a una batteria che non tiene più il tempo ma lo dissolve. Escono Ascension, Meditations, Om, Kulu Sé Mama: dischi sempre più estremi, che dividono anche i fedeli.

Quando Coltrane muore, il 17 luglio 1967, a soli quarant'anni, per un tumore al fegato, aveva lasciato così tanto materiale inedito che Impulse! poté pubblicare per anni album postumi, molti curati dalla vedova Alice. Ma la lezione più importante l'aveva già impartita all'etichetta: che si può crescere seguendo un artista fin dove vuole andare, anche nel territorio più difficile e meno commerciale. È esattamente ciò che Impulse! fece dopo di lui — e forse è la sua vera eredità.

Van Gelder Studio, Englewood Cliffs 28 giugno 1965

Undici uomini in una stanza: la seduta di Ascension

Quel giorno d'estate, nella stanza a volta di Van Gelder, Coltrane fece entrare undici musicisti. Non un ensemble affiatato: un collettivo. Cinque sassofoni, due trombe, due contrabbassi, McCoy Tyner e Elvin Jones. Poche indicazioni scritte, una scala di riferimento, dei segnali per entrare e uscire dagli assoli, e poi trentotto minuti di improvvisazione collettiva che a tratti diventa un muro di suono e a tratti si apre su un solo strumento. Ne incisero due versioni di fila. Coltrane, alla fine, preferì la seconda; ma la casa aveva già stampato la prima. Le copie che circolavano recavano la stessa sigla, AS-95, con dentro musiche diverse: uno dei più celebri gialli discografici del jazz, e un disco che spaccò la critica in due — capolavoro liberatorio o rumore senza forma, secondo chi lo ascoltava.

John Coltrane

sax tenore, leader — la scala, i segnali, la rotta

Archie Shepp

sax tenore — il fuoco, il grido

Pharoah Sanders

sax tenore — gli armonici, l'estasi

Freddie Hubbard

tromba — il lirismo dentro il caos

Marion Brown

sax alto — l'avanguardia più giovane

John Tchicai

sax alto — il tono freddo, europeo

Dopo Coltrane: il fuoco

Il merito di ciò che venne dopo è in gran parte di Bob Thiele. Non veniva dall'avanguardia — arrivava dal pop, aveva prodotto Buddy Holly, avrebbe scritto perfino "What a Wonderful World" per Louis Armstrong — eppure fu lui a lasciare campo libero ai musicisti più radicali del decennio, spesso proteggendoli dalle pressioni della casa madre. Sotto la sua guida, Impulse! diventò la principale etichetta del new thing, il free jazz americano.

Firmò Archie Shepp nel 1964, e con Shepp il free Impulse! diventò apertamente politico. Four for Trane era ancora un omaggio a Coltrane; ma già Fire Music, l'anno dopo, conteneva un'elegia per Malcolm X, e i dischi successivi mescolavano musica, poesia recitata e coscienza nera in un modo che nessuna major aveva mai osato pubblicare. Firmò Pharoah Sanders, il cui Karma del 1969 dilata un'unica traccia, "The Creator Has a Master Plan", per oltre mezz'ora, tra la voce yodel di Leon Thomas e un fervore quasi religioso. Pubblicò Albert Ayler, con il suo suono largo e lacerante; Sun Ra e la sua Arkestra cosmica; Marion Brown, Gato Barbieri, e la Liberation Music Orchestra di Charlie Haden, un disco del 1969 che intrecciava jazz e canti della guerra civile spagnola in chiave di militanza esplicita.

C'era, dietro tutto questo, un clima preciso. Erano gli anni del Black Arts Movement, e il poeta LeRoi Jones — presto Amiri Baraka — firmava le note di copertina di alcuni di quei dischi, leggendo il nuovo jazz come una dichiarazione culturale e politica dell'America nera. Impulse! non si limitò a pubblicare quella musica: la documentò come farebbe un archivio. Compilazioni dal vivo come The New Wave in Jazz, incisa nel 1965 durante un concerto-benefit newyorkese, fissarono su disco l'intero movimento — Coltrane, Shepp e gli altri — nel momento esatto in cui accadeva. Poche etichette hanno avuto una simile consapevolezza di stare registrando la storia mentre si faceva.

E pubblicò Alice Coltrane. Dopo la morte di John, la vedova prese l'arpa, l'armonium e il pianoforte e portò il jazz spirituale in una dimensione quasi liturgica, tra modalità indiane, archi e meditazione: Journey in Satchidananda, del 1971, è il culmine sereno di quella stagione.

Vale la pena seguirne i fili. Pharoah Sanders era arrivato con Tauhid nel 1967 e con Karma costruì il modello del brano-fiume estatico che avrebbe influenzato decenni di musica a venire. Alice Coltrane incise una sequenza di dischi sempre più visionari — da A Monastic Trio a Ptah, the El Daoud, fino a Universal Consciousness — in cui l'arpa e gli archi disegnavano un jazz da tempio. Albert Ayler portò in catalogo il suo suono largo e straziato; Sun Ra la sua utopia cosmica. Era, a conti fatti, la più concentrata raccolta di avanguardia nera mai messa sotto un unico marchio commerciale.

Era musica che divideva il pubblico, sfidava i critici, allargava la definizione stessa di jazz fino a farla scricchiolare. E aveva una faccia riconoscibile: l'arancione e il nero. Per un decennio, quel colore sullo scaffale è stato la promessa di qualcosa che non ti avrebbe lasciato in pace. Nessun'altra major avrebbe osato così a lungo.

Impulse! Records · Cronologia essenziale
1960
ABC-Paramount annuncia la nascita di Impulse!, ideata da Creed Taylor. Il nome era "Pulse": cambiato per un marchio già esistente.
1961
Escono i primi dischi (A-1…A-4), tra cui Out of the Cool di Gil Evans. Coltrane firma e incide Africa/Brass. Taylor parte per la Verve, arriva Bob Thiele.
1962–63
Coltrane amplia il pubblico con Ballads e il disco con Johnny Hartman. Van Gelder registra tutto a Englewood Cliffs.
1963
Charles Mingus, The Black Saint and the Sinner Lady (A-35). Uno dei vertici assoluti del catalogo.
1964
Coltrane incide A Love Supreme il 9 dicembre. Thiele mette sotto contratto Archie Shepp. L'anno che definisce l'etichetta.
1965
Esce A Love Supreme (AS-77). A giugno la seduta di Ascension. Oltre 100.000 copie subito, mezzo milione entro il 1970.
1967
John Coltrane muore a quarant'anni, il 17 luglio. Restano dischi inediti per una dozzina di album postumi.
1969
Pharoah Sanders, Karma (AS-9181); la Liberation Music Orchestra di Charlie Haden. Thiele lascia l'etichetta. Il testimone dello spirituale passa alla nuova generazione.
1971
Alice Coltrane, Journey in Satchidananda (AS-9203). Arpa, armonium, modalità indiane: il jazz come rito.
1979
ABC — e con essa Impulse! — viene venduta alla MCA. Il gatefold e l'arancione erano già stati abbandonati a metà anni Settanta.
∗ ∗ ∗

Cosa cercare sul piatto

Per il collezionista, Impulse! è un campo minato affascinante: le prime stampe originali americane hanno un suono e un valore che le ristampe raramente raggiungono, e imparare a datarle è metà del piacere. La buona notizia è che quasi tutto il catalogo è oggi ristampato con cura audiofila; la cattiva è che gli originali arancioni dei titoli chiave sono cari e pieni di trappole. Ecco le coordinate essenziali.

Guida ai pressing · Come datare un Impulse!
Come leggere un disco Impulse!
A- / AS-
Le stampe originali usano il prefisso A- per il mono e AS- per lo stereo. Lo stereo d'epoca è quasi sempre il più ricercato e il più costoso.
Etichetta arancio-nero
La prima etichetta arancione e nera identifica le tirature più antiche (fino alla fine degli anni Sessanta). Poi arriva la variante con il logo "abc" e il disegno cambia.
Van Gelder nel solco
La sigla "VAN GELDER" impressa nel deadwax conferma il taglio originale dallo studio di Englewood Cliffs. Segnale di qualità e di prima stampa.
Gatefold
La copertina apribile è parte dell'originale: una ristampa a busta singola non è mai una prima stampa. A Love Supreme ha il dorso bianco nelle prime tirature.
UK: HMV
Nel Regno Unito le prime licenze uscirono su HMV (EMI), vinile pesante e ottimo suono. Le successive Impulse! UK a proprio nome calano di qualità.
Stampe giapponesi
Le edizioni giapponesi d'annata sono spesso silenziosissime e ben tagliate: una via di mezzo intelligente tra l'originale caro e la ristampa moderna.
Ristampe moderne
Le riedizioni audiofile recenti, tagliate in analogico dai nastri, sono eccellenti e la scelta pratica per l'ascolto. Qualità di stampa altissima, prezzo onesto.
La collezione Impulse! · sei dischi essenziali con pressing consigliato

A Love Supreme

John Coltrane

Impulse! · 1965 · LP · AS-77

Il vertice del catalogo e uno dei dischi più venduti nella storia del jazz. La copertina in bianco e nero è un'anomalia voluta nel mare arancione. Ne abbiamo scritto nella recensione dedicata.

Ascension

John Coltrane

Impulse! · 1966 · LP · AS-95

Quaranta minuti di free jazz collettivo per grande organico, inciso su una major: il punto di non ritorno. Disco divisivo, difficile, fondamentale. Da avere per capire dove osava spingersi l'etichetta.

The Black Saint and the Sinner Lady

Charles Mingus

Impulse! · 1963 · LP · A-35

Una suite-balletto in sei parti, concepita come un'unica architettura: Mingus che porta Ellington nel futuro. Per molti collezionisti è il disco meglio suonante di tutta l'etichetta. Cerca lo stereo d'epoca.

Four for Trane

Archie Shepp

Impulse! · 1964 · LP · A-71

Il debutto Impulse! di Shepp: quattro temi di Coltrane riletti con un linguaggio già personale e tagliente. L'ingresso della coscienza politica nel catalogo. Il tramite fu lo stesso Coltrane.

Karma

Pharoah Sanders

Impulse! · 1969 · LP · AS-9181

"The Creator Has a Master Plan" occupa quasi tutto il disco: oltre trentadue minuti di jazz spirituale che passano dall'estasi al caos e ritorno. La voce di Leon Thomas, il fervore post-Coltrane. Un classico.

Journey in Satchidananda

Alice Coltrane

Impulse! · 1971 · LP · AS-9203

Arpa, armonium, il basso modale di Cecil McBee, il sax di Pharoah Sanders: un disco che trasforma il jazz in rito, tra India e New York. Fra i più amati e ristampati dell'ultima stagione Impulse!.

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Il declino e l'eredità

Impulse! smise gradualmente di essere sé stessa alla fine degli anni Sessanta. Thiele lasciò nel 1969 per fondare la sua Flying Dutchman, e senza di lui l'etichetta perse il suo baricentro.

Non che il decennio fosse del tutto spento. Nei primi anni Settanta Impulse! ospitò l'American Quartet di Keith Jarrett — con Dewey Redman, Charlie Haden e Paul Motian — per una serie di dischi ruvidi, liberi e bellissimi, e il lirismo incendiario del sassofonista argentino Gato Barbieri con la sua serie Chapter. Fu l'ultimo vero guizzo creativo prima della fine.

Poi, a metà anni Settanta, sparirono prima i gatefold e l'arancione, poi la spinta stessa verso l'avanguardia; il jazz cambiava, il mercato pure. Nel 1979 la ABC — e Impulse! con lei — finì venduta alla MCA. Per una beffa della storia, oggi il marchio appartiene al gruppo Universal ed è gestito dalla Verve, la stessa etichetta rivale verso cui Creed Taylor era fuggito nel 1961.

Eppure il nome non è mai morto del tutto. Rianimato negli anni Ottanta e Novanta per le ristampe in CD — proprio quelle che riportarono in circolo A Love Supreme e mezzo catalogo — Impulse! oggi pubblica di nuovo musica nuova: da Shabaka Hutchings e i suoi Sons of Kemet all'arpista Brandee Younger, non a caso l'erede diretta di Alice Coltrane. La casa che Trane costruì continua a fare, in scala ridotta, ciò che faceva allora: dare spazio a un jazz che guarda avanti.

E l'onda lunga di quei dischi non si è mai fermata. Il jazz spirituale di Pharoah e Alice, marginale ai suoi tempi, è oggi tra le musiche più ricercate dai collezionisti e più campionate da produttori hip-hop ed elettronici; i DJ della scena britannica lo hanno riportato in pista, le ristampe vanno esaurite. E l'arancione e nero è diventato una scorciatoia visiva universale: lo citano etichette, magliette, copertine di dischi nuovi che vogliono dire, in un colpo d'occhio, "serio, radicale, di valore". Poche identità grafiche del Novecento hanno avuto una seconda vita così lunga.

Quello che rimane, più della musica, è la lezione: che un'etichetta può avere un'estetica coerente come un manifesto, e che quell'estetica può essere essa stessa un atto di coraggio. L'arancione e il nero non erano marketing. Erano la promessa che dentro quella copertina c'era qualcosa che valeva la pena affrontare — anche quando era difficile, anche quando divideva. Se volete la storia completa, c'è un libro che porta proprio quel soprannome, The House That Trane Built di Ashley Kahn, dedicato per intero alla vicenda dell'etichetta.

Ma la sintesi la fa lo scaffale. Mettete in fila sei dorsi arancioni e neri, abbassate le luci, fate partire il lato A di A Love Supreme. In quei primi secondi — il gong, il tema di quattro note, la voce che invoca — c'è tutto quello che Impulse! ha significato. Una casa discografica che, per una manciata di anni irripetibili, ha avuto il coraggio di pubblicare il futuro, e la faccia tosta di farlo sembrare, sullo scaffale, la cosa più desiderabile del mondo.

Impulse! non ha soltanto registrato il jazz più difficile del suo tempo. Gli ha dato una faccia, un colore, e il coraggio di guardarti dritto dallo scaffale. — Groov-illa · Storia di Copertina, 2026
Mike G.
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