I grail del crate-digger: dischi che valgono la caccia
Cosa rende un disco un grail? Non il prezzo, ma l'incastro di scarsità, mito e suono. Viaggio nei dischi che i collezionisti inseguono davvero.
Un disco che costa più di un'automobile usata sta in una busta di plastica, in fondo a una cassetta, in un mercatino. La copertina è di cartone floscio, quasi da fotocopia; il nome sopra non dice niente a nessuno. Eppure qualcuno, tra pochi minuti, lo pagherà quanto uno stipendio. Perché? Non per il prezzo in sé — quello è solo la febbre. Un grail non è il disco più caro: è il punto in cui tre cose si incontrano.
Scarcità, mito e suono. Un disco raro ma noioso resta soltanto caro; un disco magnifico ma comune resta soltanto un buon disco. Il grail vive nell'intersezione: quando la storia della sua rarità — una tiratura sbagliata, un'etichetta che fallisce, un flop diventato leggenda — si salda a una musica che vale davvero la caccia. È lì che al crate-digger si ferma il respiro. Questa è una mappa di quei punti d'incontro, nei territori che un collezionista può ancora battere.
Cosa rende un disco un grail
La scarsità ha sempre una causa concreta: poche copie stampate perché il disco era un fiasco, perché l'etichetta è fallita, perché una tiratura è stata ritirata o distrutta. Il mito è la storia che accende il desiderio: l'artista scomparso nel nulla, il disco-fantasma saccheggiato dai campionamenti, il flop trasformato in classico. Il suono è la prova del nove: deve reggere l'ascolto, non solo l'asta. Togli uno dei tre e il grail evapora — e resta soltanto un prezzo, che di un grail è il sintomo, mai la causa.
C'è poi un quarto elemento, più sottile: il mito va alimentato. I produttori che campionano un disco oscuro hanno interesse a tenerlo tale; i venditori raccontano la rarità come parte del valore; e la provenienza — quale stampa, quale matrice, quale storia porta quella copia — diventa essa stessa narrazione. Il grail non è solo un oggetto: è un oggetto con una biografia. Ed è la biografia, più del vinile, che si compra.
Scarsità: poche copie, per un flop, un'etichetta fallita, una tiratura ritirata. Mito: una storia che alimenta il desiderio — l'artista sparito, il disco-fantasma campionato, il fiasco diventato leggenda. Suono: deve reggere l'ascolto, non solo l'asta. Togli uno dei tre e non hai un grail: hai un disco caro, o raro, o soltanto bello.
Un disco raro ma brutto è solo caro. Un grail è quando la rarità ha qualcosa da dire. — Groov-illa
Il prog che i giapponesi pagano a peso d'oro
Nessuno paga il prog come i collezionisti giapponesi. Le prime stampe del progressivo italiano dei primi anni Settanta — spesso poche migliaia di copie, su etichette che in quei dischi non credevano — sono diventate valuta forte nelle mani dei compratori di Tokyo. Furono proprio i collezionisti e le etichette giapponesi, tra gli anni Ottanta e Novanta, a costruire il mercato del progressivo italiano — ristampandolo con cura maniacale (obi, mini-LP) e facendo salire i prezzi degli originali. Il caso di scuola è Ys (Polydor, 1972) del Balletto di Bronzo: quaranta minuti di prog nero e teatrale, un gatefold con libretto di quattro pagine incollato, catalogo 2448 003. Il titolo viene dalla leggenda bretone della città sommersa di Ys, e la musica di Gianni Leone — organo, mellotron, clavicembalo, un canto nevrotico — è tra le più estreme del prog italiano. La prima stampa si riconosce dal credito «Parole e musica di N. Mazzocchi» sull'etichetta; la ristampa immediata, dello stesso 1972, ne aggiunge già un secondo (Minellono). Curiosità che i collezionisti amano: una versione cantata in inglese fu in parte incisa e mai completata. Copie originali pulite del gatefold col libretto viaggiano oggi sulle diverse centinaia di euro.
Se Ys è il grail d'ingresso, Dedicato a Frazz dei Semiramis (Trident, TRI 1004, 1973) è quello per iniziati. Lo incisero in undici giorni, tra il 17 e il 28 settembre 1973, quattro ragazzi che avevano fondato la band a quindici anni; poi, come quasi tutti nel prog italiano, sparirono dopo un solo disco. È tra i più rari e cari del genere, e porta uno di quei dettagli che fanno impazzire i collezionisti: sul dorso della copertina fu stampato per errore «DISCO: TRN 1004» — TRN era la sigla dei 45 giri della Trident — e su parte delle copie l'errore venne coperto da un adesivo col numero giusto, TRI 1004. Se la tua copia è autentica, l'adesivo (o la sua traccia) c'è: è la firma involontaria della prima stampa. Ironia del destino, l'unico dei ragazzi a restare nella musica fu il cantante-chitarrista Michele Zarrillo, poi diventato un nome della canzone pop italiana — mentre il disco che avevano inciso da adolescenti diventava un oggetto da centinaia di euro.
Lo zeuhl: un pianeta a parte
C'è poi un territorio che è un pianeta a sé — letteralmente. Lo zeuhl è il genere inventato dai francesi Magma attorno a una mitologia fantascientifica e a una lingua di fantasia, il kobaïano. Mekanïk Destruktïw Kommandöh (1973), quarto album del gruppo di Christian Vander, ne è il vertice: un oratorio marziale e ipnotico, a metà tra Carl Orff e John Coltrane, cantato in una lingua che non esiste. Racconta la profezia di un veggente del pianeta Kobaïa; lo incisero tra il Manor in Inghilterra e l'Aquarium di Parigi, con l'arrivo del bassista Jannick Top a irrobustire la pulsazione. Uscì il 6 maggio 1973 su Vertigo in Francia (catalogo 6499 729) e su A&M all'estero. La prima stampa francese — etichetta Vertigo «spaceship», scritte argento, senza la dicitura «℗1973 A&M» sul dorso e senza la sigla «DA» nel run-out — è la più cercata; le Vertigo swirl originali di quegli anni sono valuta da collezione in tutta Europa.
Il funk che l'hip-hop ha dissotterrato
Nessun territorio deve tanto al caso quanto il funk raro. Prendi gli Skull Snaps: un trio misterioso, un solo album omonimo nel 1973 per la GSF di Lloyd Price — un'etichetta che chiuse pochi mesi dopo aver stampato il disco in pochissime copie. Non erano nemmeno esordienti: dietro il nome c'erano tre veterani del soul (Samm Culley, Ervan Waters, George Bragg), già i Diplomats, che incisero a New Jersey, ai Venture Studios. La copertina — un teschio — sembrava più da hard rock che da soul, e nascondeva funk purissimo. Sarebbe finito dimenticato, se non fosse per due misure di batteria in apertura di «It's a New Day»: uno dei break più campionati della storia, presente in oltre cinquecento brani, da Gang Starr a Ol' Dirty Bastard. (Un ragazzo di nome Vernon Reid, futuro chitarrista dei Living Colour, imparò a suonare proprio su quel disco.) L'originale GSF si paga a tre cifre; per anni girò solo un CD non autorizzato della Charly, e la ristampa ufficiale è arrivata soltanto nel 2019, per Mr Bongo.
La stessa parabola — flop, sparizione, resurrezione via campionamento — ha reso grail Ghetto: Misfortune's Wealth dei 24-Carat Black (Enterprise/Stax, 1973). Un concept soul-funk diviso in otto «synopsis» sulla povertà urbana, scritto e arrangiato da Dale Warren — violinista di formazione classica, nipote acquisito di Berry Gordy, già arrangiatore di Isaac Hayes alla Stax. La band, un gruppo di ragazzi di Cincinnati ribattezzato da Warren, si sciolse; la copertina di cartone fragile, quasi cartapesta, si rovinava al primo sguardo; il disco sparì. Al Bell, capo della Stax, anni dopo l'avrebbe definito un capolavoro mancato. Poi i produttori hip-hop lo dissotterrarono — Eric B & Rakim, Dr. Dre, Jay-Z, Digable Planets, fino a Kendrick Lamar e Pusha-T — e la Numero Group ne pubblicò gli inediti nel 2009 (Gone: The Promises of Yesterday). Un originale con la copertina intatta, che è la parte più rara, resta un pezzo da diverse centinaia di dollari.
Qui il mito ha un lato amaro. Questi dischi valgono oggi cifre alte e hanno generato, coi campionamenti, fatturati enormi per altri; ma i musicisti che li incisero spesso non hanno visto quasi nulla. La Numero Group ha staccato ai membri dei 24-Carat Black assegni a tre cifre; sul CD non autorizzato degli Skull Snaps i crediti degli artisti erano stati semplicemente cancellati. Il grail celebra un disco e, allo stesso tempo, ne racconta l'ingiustizia: chi lo insegue dovrebbe saperlo.
Il folk sparito e ritrovato
L'acid folk è forse il territorio dove scarsità e mito si fondono meglio. Just Another Diamond Day di Vashti Bunyan (Philips, 1970) ne è l'esempio perfetto: registrato alla fine del 1969 con Joe Boyd alla produzione e Robert Kirby — l'arrangiatore di Nick Drake — agli archi, raccoglie le canzoni del viaggio di quasi due anni che Bunyan fece verso le Ebridi su un carro trainato da un cavallo, per unirsi a una comunità di artisti attorno a Donovan — comunità che, quando finalmente arrivò, si era già dispersa. Vendette pochissimo e la spinse ad abbandonare la musica per trent'anni. Ne furono stampate poche centinaia di copie; un originale è comparso su Discogs intorno ai 4.000 dollari. Poi la riscoperta — Devendra Banhart, Joanna Newsom l'hanno eletta madrina — e la ristampa del 2000. Nello stesso solco stanno due dischi che a Groov-illa abbiamo già raccontato: Parallelograms di Linda Perhacs e In My Own Time di Karen Dalton, due americane sparite e riemerse per le stesse ragioni.
Quando il fallimento diventa mito
C'è infine il grail che nasce dal fallimento puro. Scott 4 (Philips, 1969) uscì firmato col vero nome dell'autore, Noel Scott Engel: un disco di canzoni tutte sue, ambizioso e cupo, che vendette così poco da essere ritirato dal catalogo. Fu la fine della sua stagione pop e l'inizio del mito. Rivalutato per decenni, è oggi considerato il suo vertice — la prova che a volte è proprio il flop, con la sua storia di rifiuto, a trasformare un disco in oggetto di culto.
Come si riconosce un originale
Come si distingue un originale da una ristampa, allora? Si legge il disco, non solo la copertina. Il solco cieco — la matrice stampigliata nel run-out — porta i codici della fabbrica e delle lacche: sulla prima stampa di Mekanïk Destruktïw Kommandöh, per dire, non compare la «DA» che segna le successive. Le etichette cambiano nei dettagli (il paroliere che appare o sparisce su Ys); i dorsi raccontano storie (l'adesivo TRI 1004 su Dedicato a Frazz); il peso del vinile, i font, il tipo di laminatura fanno il resto. È un mestiere, e vale la pena impararlo prima di spendere: ci abbiamo dedicato una guida per riconoscere una prima stampa.
Alla fine il grail non è una questione di soldi, ma di convergenza. Il prezzo è il sintomo; la causa è quell'incastro raro tra una storia che non si può replicare e un suono che non si smette di cercare. Un flop napoletano diventato leggenda a Tokyo, un pianeta immaginario cantato in una lingua inventata, un break di batteria che ha fatto da spina dorsale a mezzo hip-hop, un album di folk inciso in viaggio su un carro: nessuno di questi dischi doveva contare, e proprio per questo contano.
Il crate-digger non insegue le copie: insegue i momenti in cui la rarità e la bellezza hanno deciso, per una volta, di stare nello stesso solco. E quando li trova — in fondo a una cassetta, in una busta anonima — non sta comprando un disco. Sta recuperando una storia che il mondo aveva buttato via.
Il Balletto di Bronzo — Ys

Semiramis — Dedicato a Frazz

Magma — Mekanïk Destruktïw Kommandöh

Skull Snaps — Skull Snaps

24-Carat Black — Ghetto: Misfortune's Wealth

Vashti Bunyan — Just Another Diamond Day
