Impulse! Records · 1971
Non è jazz con strumenti indiani sopra: è jazz a cui hanno tolto il motore armonico e messo al suo posto un drone. Per questo è uscito dal jazz.
La prima cosa che si sente è una nota che non finisce. La tamboura di Tulsi entra e resta lì, immobile, mentre il contrabbasso di Cecil McBee disegna un giro di poche note che non porta da nessuna parte — e non vuole portarci. Solo dopo arriva l'arpa, in cascate che si aprono e si richiudono, e il sax soprano di Pharoah Sanders, tenuto a bassa voce come se stesse entrando in una stanza dove qualcuno dorme.
Sembra un dettaglio di colore. Non lo è: è la struttura. In un disco jazz normale il motore è il giro armonico, gli accordi che si muovono sotto ai solisti e li costringono a inseguire. Qui quel motore è stato smontato. Al suo posto c'è qualcosa che sta fermo, e i musicisti non lo rincorrono: ci si appoggiano sopra. La tamboura e l'oud non sono un vestito esotico buttato su una base jazz — occupano il posto lasciato vuoto dagli accordi.
Il disco nasce l'8 novembre 1970 nello studio ricavato in casa Coltrane a Dix Hills, Long Island: quattro brani incisi in una giornata, produzione firmata insieme a Ed Michel per la Impulse!, l'etichetta che in quegli anni si prendeva rischi che nessun altro si prendeva. Alice Coltrane era allieva di Swami Satchidananda, il maestro che aveva aperto Woodstock e che dà il titolo al disco. Un dettaglio che vale la pena raddrizzare, perché di solito si racconta al contrario: Stopover Bombay non è il ricordo di un viaggio in India, è la sua vigilia. Il soggiorno di cinque settimane tra India e Sri Lanka era previsto per il dicembre successivo. Il disco non documenta un pellegrinaggio: lo precede, lo immagina. Chi vuole seguire quel filo fino in fondo trova il resto nel diario spirituale che Alice pubblicò più tardi, Monument Eternal.
Il brano che apre e dà il nome all'album è costruito su un vamp di McBee di una semplicità quasi ostinata, e lì sopra Sanders fa la cosa più difficile della sua carriera: si trattiene. Nessuno degli urli che gli conosciamo altrove, solo una linea melodica sottile, quasi cantata. Shiva-Loka spinge la stessa idea più in là, con Rashied Ali che invece di tenere il tempo lo increspa, spazzole e piatti a fare vento. Something About John Coltrane riporta Alice al pianoforte, ed è l'unico momento in cui il disco guarda indietro esplicitamente. Poi Isis and Osiris cambia le carte: è l'unica traccia dal vivo, registrata il 4 luglio 1970 al Village Gate, con Charlie Haden al posto di McBee e l'oud di Vishnu Wood che apre una porta su tutt'altra geografia.
Vale la pena fermarsi sull'arpa, perché è lo strumento che rende inevitabile tutto il resto. L'arpa da concerto è diatonica: le corde danno una scala, e per alterarla bisogna agire sui pedali. È costruita per stare dentro una tonalità, non per rincorrere accordi che si spostano ogni due battute — in una sezione bebop sarebbe uno strumento zoppo. Qui è lo strumento esatto. Alice Coltrane non la usa per fare l'angelo di copertina: i glissandi non sono ornamento ma massa d'aria, ondate che coprono e scoprono il vamp di McBee, con una funzione più vicina alla percussione che al canto. La differenza si sente proprio quando passa al pianoforte in Something About John Coltrane: il tocco è lo stesso, ma il piano ha i tasti neri e quindi la tentazione di modulare. L'arpa quella tentazione non ce l'ha. L'arpa sta ferma, come la tamboura.
È qui che si capisce perché questo disco abbia avuto la vita che ha avuto. Togliendo il movimento armonico, Alice Coltrane ha tolto anche la barriera d'ingresso: non serve saper seguire una progressione per starci dentro. Lo ascoltano persone che il jazz non lo ascoltano — produttori elettronici, gente arrivata dall'ambient, chi cerca musica da tenere accesa per un'ora. Altro spiritual jazz altrettanto bello — quello inciso dalle etichette indipendenti, dalla Strata-East alla Black Jazz — è rimasto dentro la nicchia, protetto e confinato dalla stessa autoproduzione che l'aveva reso possibile. Questo invece ne è uscito, e non per merito di una promozione migliore: perché chiedeva meno al suo ascoltatore. E il legame con il disco che aveva fondato quel linguaggio, A Love Supreme, è meno lineare di quanto si dica: là c'era una suite che sale, qui c'è una superficie che resta.
Sul vinile la parabola è istruttiva. L'originale è l'Impulse! AS-9203 del 1971, etichette rosso-nere Impulse/ABC, copertina apribile, con la riga «A Product of ABC Records, Inc. New York, N.Y. 10019 · Made in USA» in fondo al retro. Due refusi d'epoca aiutano a riconoscerlo: sul retro compaiono «Rashid Ali» e «Charles Stewart», corretti in «Rashied Ali» e «Chuck Stewart» nel gatefold interno; e il catalogo appare come «AS 9203» su copertina e dorso, «AS-9203» sulle etichette. Per decenni questo disco stava nei bin a venti o trenta dollari: il mercato ci ha messo quarant'anni a capirlo, e oggi le copie pulite viaggiano su fasce da grail. Chi vuole solo ascoltarlo bene ha una scelta netta: la Verve Acoustic Sounds Series, 180 grammi tutta analogica, masterizzata da Ryan K. Smith a Sterling dai nastri originali e stampata alla QRP, con gatefold tip-on. Da maneggiare con più cautela le ristampe Impulse! IMP-228 di derivazione digitale (remaster a 20 bit di Erick Labson), su cui i collezionisti segnalano non-fill e rumore di superficie. Se il criterio per scegliere non ti è chiaro, la guida su originale contro ristampa spiega quando l'originale conta davvero e quando è solo feticcio.
Un disco che per quarant'anni nessuno ha voluto, e che oggi tutti cercano, non ha cambiato una nota nel frattempo. È cambiato l'orecchio che lo ascolta — che è poi l'unico modo in cui il valore si forma davvero.
Il disco che sostituisce il giro armonico con un drone, e proprio per questo è uscito dai confini del jazz. L'originale Impulse! AS-9203 è ormai un grail; per ascoltarlo al meglio senza spendere da collezione, la Verve Acoustic Sounds Series tutta analogica è la scelta giusta.
Journey in Satchidananda su Vinile — Quale Pressing?
AS-9203, etichette rosso-nere Impulse/ABC, copertina apribile. Sul retro la riga "A Product of ABC Records, Inc. New York, N.Y. 10019 · Made in USA". Refusi d'epoca: "Rashid Ali" e "Charles Stewart" sul retro, corretti nel gatefold interno. Copie pulite ormai su fasce da grail
180g tutta analogica, master di Ryan K. Smith a Sterling dai nastri originali, stampa QRP, gatefold tip-on. Il riferimento in catalogo, fascia media
remaster a 20 bit di Erick Labson; i collezionisti segnalano non-fill e rumore di superficie su diverse tirature. Ripiego economico, non scelta d'ascolto
circolano bootleg. Verifica sempre la copertina apribile, i crediti interni e la corrispondenza tra numero di catalogo in etichetta e sul dorso
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Come riconosco l'originale Impulse! del 1971?
Cerca il numero di catalogo AS-9203 con le etichette rosso-nere Impulse!/ABC e la copertina apribile. Sul bordo inferiore del retro compare la riga 'A Product of ABC Records, Inc. New York, N.Y. 10019 · Made in USA'. Due refusi d'epoca sono un buon indizio: il retro riporta 'Rashid Ali' e 'Charles Stewart', mentre il gatefold interno li corregge in 'Rashied Ali' e 'Chuck Stewart'. Il catalogo appare come 'AS 9203' su copertina e dorso, e come 'AS-9203' sulle etichette.
Perché costa così tanto oggi se una volta non lo voleva nessuno?
Per decenni è stato un disco da bin economico: nei commenti dei collezionisti si legge di copie comprate a venti o trenta dollari non molti anni fa. Il riconoscimento è arrivato tardi, spinto dal revival dello spiritual jazz e da un pubblico arrivato da fuori del jazz. La musica non è cambiata: è cambiata la domanda, e con una tiratura originale limitata il prezzo si è mosso di conseguenza. È un buon promemoria sul fatto che il valore di un disco dice più sul mercato che sul disco.
Quale ristampa vale la pena?
La Verve Acoustic Sounds Series è la scelta migliore in catalogo: 180 grammi, catena tutta analogica dai nastri originali con master di Ryan K. Smith a Sterling Sound, stampa alla Quality Record Pressings e gatefold tip-on. Le ristampe Impulse! IMP-228 derivate dal remaster digitale a 20 bit di Erick Labson costano meno ma hanno una reputazione irregolare, con segnalazioni di non-fill e rumore di superficie: vanno bene per ascoltare, meno per godersi il disco.